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All’interno della casa la prima stanza che Bernard rivisitò alla maniera picassiette fu il bagno, scuro e vetusto. Allo stesso modo fuori, sull’ampia terrazza, il primo a rivestirsi di colori è stato il muro esterno dell’atelier, tanto triste e grigio in inverno. L’intervento di rinnovo si accorda bene con le mattonelle colorate del piano terra, con le follie del giardino murato, l’esuberanza della carta da parati anni ’20 e ’30, e lo stile semplice degli affreschi nella sala da pranzo.
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Non è per nulla sorprendente che la Tartugo intrattenga ottimi rapporti con la terra cotta e la ceramica. Varages e Salernes nel Var, Vallauris a est, Marsiglia e Uzès a ovest: la Provenza vanta un’antica tradizione in questo campo. Ma visto che la casa non è poi così ricca, è normale che si accontenti dei cocci, di rilievi ossidati, di polveri d’ocra e di pigmenti. Picassiette è proprio questo, è il regno dei cocci, dei detriti e della polvere negli occhi. È anche una forma d’arte grezza; si recuperano piatti rotti, frantumi di porcellane, vasi, vetri, pezzi di vecchie mattonelle, marmi, e si incolla tutto su del cemento sopra alle superfici che si intende ricoprire. Vengono in mente Gaudi, Nicky de Saint-Phalle, Robert Tatin, ma in maniera meno artistica, più popolare. Si può pensare al Facteur Cheval, ma i veri punti di riferimento in materia restano Nek Chand, nel Rock Garden a Chandigarh (India), e soprattutto  il Signor Picassiette di Chartres, che nella sua minuscola casa di periferia ha ricoperto tutto, in modo ossessivo, di migliaia di cocci, sia dentro – perfino la macchina da cucire della moglie – sia fuori.  
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Come ha ben espresso Marie-France Boyer nel suo articolo per The World of Interiors, è il lavoro picassiette di Bernard che ormai, alla Tartugo, mantiene il legame tra passato e presente, tra interno ed esterno, come se la storia della casa si manifestasse in una marea di detriti che lasciano tracce un po’ dappertutto, fuori come dentro.

Foto in basso per The World of Interiors (c) aprile 2018 Alexandre Bailhache.

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La grotta Shinto combina picassiette e giardino roccioso. È un’innovazione di Bernard, che prosegue così nel giardino il giro del mondo iniziato da suo nonno Édouard. Senza alcun riferimento diretto all'Esposizione Universale del 1900, si ritorna comunque al tema del viaggio e dell’esotismo seguito da Édouard. La grotta Shinto fa pendant con il tempio indiano, in fondo al giardino murato.
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